Le fosse con la neve

Le fosse con la neve

11 novembre 2008 Uncategorized 0

Le fosse scavate da millenni ci sono sempre state sul monte Cerreto, “’e fosse p’a neve.”
Salendo l’ultimo tratto fino alla cima ogni pochi metri se ne trovano ancora parecchie e conservano ancora traccia della fatica dell’uomo che spalava la neve e la raccoglieva dentro queste ampie buche le cui pareti di lapillo vesuviano non doveva sporcarla. Ammassata nelle buche, con il freddo della notte, diventava ghiaccio.All’indomani l’uomo ritornava in montagna dalle frazioni in basso (Cesarano,Pietre,Capitignano),prima metteva sopra fogliame secco, rami di leccio e poi ricopriva il tutto con uno spesso strato di terra per proteggere la neve ghiacciata dalle temperature che s’innalzavano.

Solo nei mesi di maggio,giugno, quando si organizzavano le prime feste patronali, si andava in cima al Cerreto e si apriva un piccolo varco per raccogliere il ghiaccio dentro i cupielli( piccoli contenitori di legno), ricoperti di sacchi di canapa.Si portava a spalle fino a valle il ghiaccio,e negli appositi tini alti che conteneva un cilindro di rame “o vasetto“ rivestito di stagno “stainato”, di un diametro inferiore al tino di legno, si riponeva il prezioso ghiaccio.

Il gelataio,in genere, era accompagnato dai famigli, che dovevano trasportare tutto l’occorrente per fare il gelato: ghiaccio avvolto nella juta, acqua di fonte contenuta nel barile di legno,limoni con la foglia che profumavano ancora di giardino, sale da aggiungere al ghiaccio, e zucchero.

Iniziava poi un rito che ipnotizzava noi bambini. Attratti dalla presenza di quest’ uomo, a noi familiare, si faceva la fila per comprare un sorbetto. Prima preparara una soluzione con acqua, , e succo di limoni appena raccolti nel limoneto,versava il tutto dentro il recipiente di rame stainato, e iniziava a far girare dentro il ghiaccio questo prezioso cilindro. Si vedeva solo acqua, o meglio si riusciva a vedere dentro e si osservava la presenza di piccoli granuli di ghiaccio e ancora acqua, e continuava.

(Alfonso Arpino)

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